domenica 14 marzo 2010

Edouard Manet: Olympia


Olympia
(museo d’Orsay di Parigi)

Il grande artista francese realizzò questo dipinto nel 1863, negli anni immediatamente precedenti alla stagione dell’Impressionismo. L’opera destò grande scandalo all’epoca più che per il soggetto rappresentato, per il contesto in cui la scena è inserita. Ai tempi di Manet, quadri di soggetto erotico se ne trovavano moltissimi, e talvolta anche più “piccanti” di questo, ma tutti avevano una patina di rispettabilità, più ipocrita, dovuta al fatto che si trattava sempre di rappresentazioni di Venere, delle ninfe o altri personaggi della storia o del mito.

Il nudo era consentito se inserito in contesti lontani nel tempo o nello spazio, o se riparato dietro la foglia di fico della mitologia. Con Olympia invece Manet ritrae una scena dei suoi tempi: una prostituta nella sua stanza da letto e questo fece scandalo, come due anni prima aveva fatto scandalo le Déjeuner sur l’erbe in cui due allegri compari fanno un picnic con una donna nuda (mentre rappresentare ninfe e satiri intenti ad amoreggiare era considerata una cosa normale).

L’opera infatti è chiaramente ispirata a certe veneri rinascimentali o barocche, tanto per fare un esempio basti pensare alla Venere degli Uffizi di Tiziano, ma in questo caso l’espressione aggraziata della dea è sostituita da quella piuttosto volgare della prostituta. Il corpo stesso di Olympia ha poco a che vedere con quello morbido e giunonico delle veneri. Quasi come in una parodia, al posto delle ancelle che preparano i vestiti emerge dal fondo scuro, sul quale spicca il corpo nudo e candido della donna, la serva nera con un mazzo di fiori: evidentemente un omaggio di qualche cliente a questa moderna dea dell’amore.

Sul lato destro in fondo al letto compare un gatto nero, che inevitabilmente si contrappone in modo alquanto malizioso al tipico cagnolino che accompagnava Venere. Alla fedeltà (in questo caso coniugale) rappresentata dal migliore amico dell’uomo viene contrapposto l’amore mercenario rappresentato dal gatto nero da sempre animale sinistro e negativo.

Da un punto di vista formale si può notare come Manet prediliga una visione tendenzialmente priva di profondità, dove il senso della prospettiva è dato dagli accostamenti di colore, piuttosto che dal disegno, così come i volumi dei corpi. L’ispirazione viene dalle stampe giapponesi dove dominano le tinte piatte.

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