sabato 23 ottobre 2010

il Sacro lombardo. Dai Borromeo al Simbolismo


6 ottobre - 6 gennaio 2011
Palazzo Reale, primo piano
Piazza Duomo 12, Milano

A Palazzo Reale, nelle sale di fronte a quelle dove sono riuniti il Papa de La Nona Ora, la Donna crocifissa e il Bambino col tamburello di Maurizio Cattelan - dal 6 ottobre al 6 gennaio 2011 è possibile conoscere il Sacro lombardo. Dai Borromeo al Simbolismo attraverso le opere dei principali artisti operanti in area padana dal Seicento ai primi anni del Novecento. L'esposizione è curata da Stefano Zuffi e mons. Franco Buzzi.
Ad accoglierci quelli che Giovanni Testori definì i "pestanti" (in riferimento alla peste manzoniana del 1630), Giulio Cesare Procaccini, Cerano, e Morazzone, incaricati da Federico Borromeo di celebrare, nel Duomo milanese, fatti e miracoli del cugino Carlo.

Federico e Carlo Borromeo giocarono un ruolo fondamentale nella storia dell'arte sacra. Il primo aveva dotato Milano di una ricchissima Biblioteca, di un'Accademia che istruiva i giovani sulla corretta realizzazione delle immagini e di una Pinacoteca che vanta tra i suoi quadri la Canestra di Caravaggio. Prima di Federico, Carlo aveva dato alla luce un testo esemplare della trattatistica sull'arte sacra, in cui suggeriva agli artisti un codice figurativo ortodosso da seguire. Dopo la Riforma protestante avviata da Martin Lutero, la Chiesa cattolica richiedeva semplicità, chiarezza e decoro per le immagini sacre, così da offrire ai fedeli messaggi comprensibili ed inequivocabili; le deformazioni, la vezzosità e la sensualità delle forme del tardo manierismo dovevano lasciare spazio ad un linguaggio severo e a nuovi motivi iconografici, rilancianti il culto dei santi, dei martiri e della Vergine.

Non c'è da aspettarsi una mostra dall'aria polverosa, anzi, per tutto il percorso il visitatore è allietato da particolari gustosi ed espressivi tipici della cultura lombarda e da iconografie inconsuete. Il modo di costruire del Procaccini avviene un po' per linee e schemi, ma in lui sono già percettibili influssi rubensiani.

Cerano, che morì di peste nel 1632, concepisce la figura umana snodandola nella sua morbidezza e applicando una tecnica pittorica basata su macchie e trasparenze.
Nella Creazione di Eva, si diverte a caricare il Paradiso terrestre di animali tutt'altro che celestiali, i quali, nel loro atteggiamento minaccioso, sembrano prefigurare il serpente tentatore; nella Decapitazione di Oloferne il pittore lombardo non perde l'occasione per giocare con dettagli macabri; nel Crocifisso con i Santi Giacomo, Filippo e Francesco, da un lato coinvolge lo spettatore guardato negli occhi da uno dei santi, dall'altro lo distanzia attraverso un luminosissimo e quasi accecante Cristo stagliato su fondo scuro.

Morazzone con poche pennellate riesce a tracciare l'essenzialità drammatica delle sue figure, così caricate da diventare grottesche ed esasperate nell'analisi psicologica e forzate nei gesti. Nel suo San Rocco, figura legata alla peste, in primo piano giace al suolo un morto che ricorda, nell'audace resa prospettica, il Cristo mantegnano; sulla destra si intravedono capanne di malati. San Rocco è fortemente rastremato verso l'alto, così da sembrare quasi danzante e rotante su se stesso.

La pittura sacra del tardo Seicento e del Settecento mette a confronto altri importanti maestri lombardi come Filippo Abbiati, Andrea Lanzani, Legnanino, Giuseppe Bazzani, il caravaggesco Giuseppe Antonio Petrini e grandi artisti provenienti da altre regioni, come Andrea Pozzo, Sebastiano Ricci, il genovese Alessandro Magnasco e Giambattista Tiepolo.

In questa sezione, incuriosiscono gli angioletti decollati del Legnanino; suscita un riso amaro la serva della Giuditta di Filippo Abbiati che si affretta a porgere alla padrona un drappo per non sporcare a terra con il sangue gocciolante dalla testa di Oloferne, il cui corpo come un ammasso di carne è rimasto dietro le due donne inerme; fa sorridere l'aureola triangolare del Padre Eterno realizzata da un Anonimo; mentre in quelle a stelle di Lanzani e Carlo Innocenzo Carloni che coronano le teste di Madonne intente a schiacciare serpenti-draghi è riconoscibile il prototipo del simbolo dell'Euro; ricorda manifestazioni di piazza, il Cristo tirato al cappio da un bruto munito di bastone-manganello di Daniele Crespi.

L'Ottocento lombardo è rappresentato in mostra da Giuseppe Dotti, Luigi Trécourt, Giuseppe Sogni e Mosè Bianchi che ci suggerisce figure appena abbozzate da macchie bianche e rosse. Giacomo Trécourt e Federico Faruffini, maestro e allievo, dialogano con due Madonne: quella del primo astratta attraverso la scomposizione del colore bianco; quella del secondo di gusto pre-raffaellita.
Il grande protagonista dell'Ottocento lombardo di Palazzo Reale è però Francesco Hayez, del quale sono esposte cinque opere. Tra tutte, il suo San Michele spicca per l'iconografia insolita: l'arcangelo, spoglio dell'armatura, è vestito solo di luce e nuvole.
Con la Madonna dei gigli di Gaetano Previati si sfiora il Novecento.
Dal 4 novembre, giorno in cui cade il quarto anniversario della canonizzazione di San Carlo Borromeo, la mostra sarà arricchita da incisioni relative alla figura del Santo e da metà novembre, al Palazzo della Ragione, verranno proiettate 62 opere del Caravaggio, grande assente dell'esposizione.

1 commento:

  1. Una mostra interessantissima, molto suggestiva, complimenti per la tua stupenda recensione!!! Un abbraccio e felice giornata

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